Approdo al Cersaie per kengo Kuma, star dell’architettura giapponese. Apre l’incontro Francesco dal Co, che introduce in maniera fluida e magistrale l’opera del maestro e delinea le caratteristiche dell’architettura giapponese nella storia. Questo perché il giappone ha da sempre conservato una duplice anima: una costante apertuta alla modernità, ed un costante radicamento alla sua tradizione.
Kuma inizia il suo intervento in maniera chiara, esprimendo l’anima del progettare giapponese e del suo operare: il primo progetto infatti è un auditorium costruito su una montagna violata, di cui viene ricostruito il profilo. L’edificio e inglobato all’interno della montagna e la foto finale del progetto è la montagna, il suo profilo ricostruito, in cui scorgli l’intervento umano solo con una ripresa dall’alto.
Una provocazione, una soluzione estrema in cui si avverte il rispetto profondamente giapponese per la natura, una sensibilità ed un muoversi quasi “in punta di piedi”.
Ma entra subito un altro concetto centrale e portante: la sfida del progettare con il poco, partendo da pochi elementi combinati e iterati fino a creare delle strutture leggere tridimensionali che sembrano origami, giochi di carte o di fiammiferi in grande scala. “La povertà è la prima opportunità per il progetto”, durante il processo creativo l’architettura incontra moltissimi limiti. La capacità di lavorare con questi limiti è la capacità di inventare. Infatti “l’invenzione è in parte il risultato della capacità di vedere potenzialità di ciò che è ordinario”.
Il lavorare con poco, che è un atteggiamento storico per il Giappone, diventa tema quanto mai attuale se vogliamo recuperare quell’essezialità nel progetto che è anche rispetto del pianeta ed atteggiamento “sostenibile”.
In rassegna è seguita l’esposizione di una serie di interventi che concettualmente rispondono tutti allo stesso principio: recuperare ciò che l’uomo o la natura stessa hanno distrutto. Ricorrente in tal senso la tipologia dell’edificio “ponte” che ricostruisce un rapporto tra la città e la montagna, tra la città ed il fiume.
Ma quello che affascina di più è l’utilizzo del materiale lapideo o ceramico in senso non tradizionale e che rappresenta un po’ l’indicazione di come la ceramica possa essere utilizzata in maniera alternativa rispetto a quanto fatto qui in occidente finora. Cortine realizzate con lastre ceramiche fissate su strutture in profili sottili d’acciaio, definiscono spesso la zona “non spazio” tra l’esterno e il cuore dell’edificio. Esiste sempre una mediazione nell’architettura orientale tra esterno ed interno, tramite zone intermedie di grande fascino e magia. Le cortine ceramiche traforate filtrano la luce creando giochi meravigliosi. Ma ancora l’utilizzo delle lastre montate creando dei moduli tridimensionali ripetibili, dei triangoli che ricordano come nella suo progetto “castello di carte” un vero e proprio castello di carte come quelli dei nostri giochi.
Il materiale pesante è utilizzato in lastre sottili, quindi non in chiave tradizionale: questo nella sua “Lotus house” in cui realizza le cortine a scacchiera con lastre di travertino su struttura d’acciaio. Pareti attraversabili, che si palesano con forti texture all’esterno di pieno e di vuoto che sembrano un alternarsi di bianco e di nero; ma dall’interno la texture ed il contrasto scompare in un’impapabilità dello spazio avvolto dalle luci che entrano filtrate e rendono lo spazio immateriale. Uno spazio non spazio come lui lo ha definito.
Oltre alla bellezza degli edifici quello che ha incantato è stato il pensiero, la logica che era dietro ogni progetto presentato, dietro ogni sperimentazione o invenzione come la casa serbatoio oggi esposta al MOMA di New York. E’ strano dirlo, ma per una volta il fascino delle slide, delle immagini proiettate è stato sopraffatto dal fascino del filo logico, del pensiero.
Il convegno organizzato da Cersaie e tenutosi nella Galleria dell’architettura è stato un momento di riscontro e di partenza. Uno squarcio sul futuro.
Cersaie isola del pensiero oltre che del fare.




